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L'ultima intervista inedita a Tiziano Terzani

 Sono venuto in questo paesino dell'Appennino quando avevo cinque anni, perché il mio padre, che era povero ma adorava sciare, veniva a sciare qui togliendo le palanche, sono le stecche con cui si fanno le stecconate, legandosi ai piedi e poi scendendo con due bastoni. Per cui quando io mi ammalai, come si ammalavano tutti nelle famiglie povere durante la guerra, il medico disse: "Portatelo a respirare l'aria buona" e venni qua. Avevo cinque anni. Da allora ci sono sempre venuto. C'ho costruito questa piccola casa, questa gompa, come io la chiamo, tibetana. È il sogno di un bambino, la casa nel, nel tree-- è il tree house, la casa in mezzo alle fronde Non sono mai stato un intellettuale. Andavo a scuola, ero bravo, studiavo, ripetevo a pappagallo le cose con cui prendevo nove. Non capivo niente. È il mondo intellettuale di Firenze, quando ero giovane, che mi ha sfiorato da tutte le parti, con grandi personaggi, anche interessanti. Non era fatto per me. E io avevo questo senso di questo posto che non aveva niente di intellettuale. Era fatto di pastori, ce n'erano tanti allora, coi quali io preferivo parlare invece che coi professori, scrittori, alcuni anche famosi che ho conosciuto. Questo posto era la magia, che è quello che ho sempre cercato nella vita. Tutti questi miei vecchi ex giornalisti, colleghi, che quando mi hanno visto vestito di bianco, col sacchetto bianco che tornavo dall'ashram, uno mi ha guardato e ha pensato che ero andato matto. Per me era andato matto lui, che faceva sempre le stesse cose, si ripeteva anno dopo anno. Almeno io cercavo di farne delle nuove. Poi ha avuto un momento, era simpatico, era un inglese, che era il capo di Time Magazine a De- a Delhi, un vecchio amico. Lo conoscevo dai tempi del Vietnam dove lavorava per la Reuters. Poi ha avuto un dubbio. Mi ha preso da parte e mi ha detto: "Ma dimmi una cosa. Io ti vedo che tu sei liberato". Dico: "Beh, insomma, ci provo". E lui ha detto: "Ma i soldi giocano un ruolo nella liberazione?" Era il suo problema. Sai, in verità anche questa storia di Anam... Noi... È un esperimento. Noi non esp- noi abbiamo tante stupende cose, abbiamo un corpo, abbiamo una mente, abbiamo uno spirito, forse. Non li usiamo. Li usiamo solo per... Usiamo la mente per ricordarci il numero del telefono, per- per imparare delle cose con cui guadagnarsi il pane, ma non usiamo la mente per indagare, non usiamo la mente per fare altri esperimenti. È lo stesso con il corpo, in verità. Noi non lavoriamo abbastanza, non giochiamo abbastanza con le tante belle cose che abbiamo fra le mani. E reagiamo più che agire, reagiamo. Siamo abituati per routine. Succede una cosa, reagiamo così, se ne succede un'altra, reagiamo cosà. E andiamo avanti in una serie di comportamenti già stabiliti, fissati, con pochissime varianti e con pochissima libertà.

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