L'unica rivoluzione possibile è quella interiore
Sono nato in un quartiere popolare di Firenze.
Mio padre era un comunista partigiano, ex partigiano, mia madre era una cattolicissima.
Al tempo delle elezioni mio padre diceva a mia madre: te perché voti?
Il voto è segreto, diceva lei.
E uno votava a partito comunista e l'altro votava a democrazia cristiana.
Credo che debbo molto a loro, forse anche un senso di tolleranza e questa cosa profonda forse che poi in Asia mi è venuta così naturale, di vedere la vita come il bello della vita nella sua diversità e vedere la vera essenza della lite nell'armonia degli opposti.
Mi è venuto un modo di vedere le cose, anche forse una loro drittezza morale che mi hanno tramandato, sempre questo senso di che cosa è giusto e cosa non è giusto.
E non in base ad un criterio lui comunista lei cattolica, perché secondo me è questo il punto che cerco anche di fare in questi tempi: nel fondo del cuore di tutti c'è chiaro cosa è giusto e cosa non è giusto, cos'è il bene e cos'è il male, cos'è che dobbiamo fare.
E non secondo una regola di un partito o di una religione, ma del cuore che è uguale per tutti.
E così i miei genitori fecero dei grandi sacrifici.
E una cosa che amo raccontare: mi comprarono i primi pantaloni lunghi a rate.
Avevo dei peli sulle gambe lunghi così, dovevo andare al ginnasio e loro mi comprarono i pantaloni lunghi a rate, qualcosa che oggi è inconcepibile.
Allora ho studiato, ero bravo, fatto il liceo.
Alla fine del liceo non avrei potuto continuare a studiare perché non avevo bisogno di guadagnare, ma vinti una stupenda borsa di studio e entrai in normale, la scuola normale di Pisa.
Mi sono laureato col 110 Lode.
Ero già innamorato di questa donna che è ancora oggi mia moglie dopo 42 anni.
Io non sono un grande consumista, non consumo nemmeno le moglie, ho sempre la stessa stupenda.
Siamo cresciuti assieme.
Di nuovo, vede, quelle due cose che stanno insieme, diverse, molto diverse, ma che assieme possono creare un'armonia e crescere.
Al giornalismo sono arrivato tardi, ci sono arrivato che avevo già 30 anni, proprio perché volevo rifarmi del tempo perso.
Hanno dato qualche marcia in più.
Io già parlavo il francese, il tedesco, l'inglese, il portoghese e ho voluto aggiungere una lingua che mi stava a cuore, che era il cinese.
Ho imparato il cinese in America e poi siamo andati a vivere in Asia, e tutta la mia vita ormai l'ho passata in Asia.
30 anni l'ho passata in Asia a fare il giornalista di guerre e di disastri.
Io non sono un giornalista italiano, io per 30 anni sono stato un giornalista tedesco.
In Italia nessuno mi dava un lavoro e li ho visti tutti.
Tutti mi hanno detto: ah caro Terzani, bravo, sei il cinese, vai vai.
Nessuno mi ha offerto un lavoro.
Poi siccome parlavo tedesco, inglese, francese ho fatto un giro di tutta l'Europa, sono andato da tutti i giornali e ad Hamburgo quelli hanno detto: ah ti siano 30 anni.
Suonavo un nome strano come Ivan Ivanovic, non lo so.
Mi hanno dato il primo contratto.
Sono andato in India, per mia scelta.
Di solito i giornalisti cominciano come stringer in India, poi se sono bravi vanno a Washington.
Io ho fatto il contrario, sono finito in India, perché secondo me l'India è l'origine di tutto, è il punto di partenza di tutto.
A un certo momento mi sono reso conto che non conoscevo l'India.
A forza di parlare con i ministri, i direttori dei dipartimenti, non conoscevo l'India.
È una parte dell'India che mi interessava soprattutto, la sua spiritualità.
L'India è ancora un paese in cui il diviso è nella quotidianità della gente, nei gesti.
Gli indiani si salutano così, namasté, che vuol dire saluto la divinità che è dentro di te.
Diverso, no?
E mi incuriosiva e mi rendevo conto che non avevo capito niente perché non me ne ero occupato.
Allora un giorno ho preso i voti, sono entrato in un ashram e ho fatto la pratica di un indiano cantando gli nivedici, pulendo le statue al mattino alle cinque, e per tre mesi mi sono comportato come un indiano e ho imparato tanto.
Lei guardi la mia barba, è un camuflamento.
Tutta la vita ho cercato di capire l'altro, chi sono gli altri, e il nostro essere occidentale ci divide dall'altro e c'è una distanza che io ho sempre sentito di dover colmare.
Allora l'unico modo per colmarla mi pare una forma di camaleontismo, come un camaleonte che diventa del colore della terra, della sabbia se è sulla sabbia, verde come una foglia, se è su una foglia.
Io ho sempre cercato per capire l'altro di diventare un po' più come lui.
Penso in Cina: parlavo cinese, vestivo da cinese, mandavo i figli alla scuola cinese, ci muovevamo in bicicletta come i cinesi, fino a che i cinesi hanno detto: guarda o chi sei?
Perché italiano, lavoravo per i tedeschi, avevo imparato il cinese in America.
Ho detto: ma questo è una spia.
E mi hanno arrestato, interrogato per un mese e poi espulso.
Questa barba mi è stata di grande utilità a Kabul, perché questa barba è molto musulmana anche.
E allora una sera che tornavo verso il mio albergo, è un uomo di buio prima del coprifuoco, è uscito con un kalashnikov davanti alla macchina sempre da una finestra.
E facendo l'unica cosa che ho insegnato anche ai miei figli, che è la storia del mio essere non stato fucilato da Eichmann e Rossi quando fui catturato: se uno ti punta il fucile in faccia sorridi.
Allora questo puntato mi è aperto il piede e quello ha fatto: musulmano?
E ho detto, e così siamo partiti.
Dopo tre anni di ingiustizie, di guerre che non finiscono mai, di assassini che diventano grandi personaggi, che bisogna chiamare eccellenze, di crimini non puniti, mi ha preso la depressione.
Lo trovo un diritto a essere depresso.
Sono andato dallo psichiatra e mi ha dato il prozacco e ho detto no, il prozacco non lo prendo, faccio un'altra cosa.
Io ho scritto un libro e mi è passata la depressione.
Mi ha preso la depressione, mi ha preso il prozacco e mi ha detto no, il prozacco non lo prendo, faccio un'altra cosa.
Io ho scritto un libro e mi è passata la depressione.
Ma questo che voglio dire è che tutta la mia vita ho visto rivoluzioni fallite.
Unione Sovietica, i massacri di quel regime in nome di un sogno, un grande sogno, orribile, un incubo.
La Cina, ci sono andati a tu il cinese, pensavo che la Cina era un interessante esperimento: un incubo, massacri.
E tutta la rivoluzione vietnamita, la rivoluzione cambogiana, sempre queste rivoluzioni fatte fuori con grandi massacri.
Risultato: una grande povertà sia materiale che spirituale.
Allora forse è il momento di pensare che la sola rivoluzione che è possibile fare è quella dentro di noi.
Cominciare da noi.
Mi è venuta questa idea che dopo trent'anni di aver viaggiato fuori, dovevo provare a fare un altro tipo di viaggio, forse più dentro di me, e cercare una realtà che non fosse quella dei fatti.
Per caso sono finito in cima a una montagna splendida, che è dinanzi alla più grande montagna dell'India.
Ho una piccola baita, non ho telefono, non ho luce, non ho acqua, non ho nessun contatto col mondo.
Vivo col ritmo delle giornate della natura: mi alzo col sole, vado a letto due o tre ore dopo il sole perché leggo al lume di una lampada a petrolio.
E ho riscoperto una cosa stupenda, mi suggerisco a tutti di scoprire la natura.
Questa montagna che è molto bella, vivo dopo una foresta di rodotendri che sono giganti, che ora di questa stagione si riempiono i petali rossi stupendi.
Arrivano eserciti di langur, le scimmie che mangiano il miele che c'è dentro, e allora mangiando questi petali cadono e la foresta diventa tutta un tappeto rosso.
E ci sono momenti, devo dire, mi pare di essere un mistico, ho dei momenti di estasi nella natura.
A volte guardo il tramonto del sole, stupendo, stupendo, e ho l'impressione che la mia piccola vita, la mia vita insignificante, è invece una cosa importantissima perché è parte della vita di tutto.
Mi pare che la vita è una cosa sola, siamo tutti in questa meravigliosa cosa che è la vita.
Che gioia!
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