Su di me

La salita

C’era una salita, e c’era un ragazzo grasso.
Non “in sovrappeso” — grasso, con quella parola lì, perché è la parola che usavano loro. 
Ogni volta che la strada si impennava succedeva la stessa cosa: il gruppo si allungava e poi c’era lo strappo. 
Non uno strappo di metri: uno strappo di appartenenza. E in cima li trovava fermi ad aspettarlo, non per compagnia ma per il gusto della battuta.
Quello che nessuno di loro capiva è che gli stavano consegnando qualcosa. 
Pensavano di dirgli chi era. Gli stavano dicendo cosa cambiare: watt diviso chili. 
Un numero, non un verdetto.
Sessanta giorni. 
Il tempo di un’estate. 
Dodici chili lasciati sulla strada, e otto chilometri orari in più in salita — che non è un miglioramento, è un altro sport. 
È la differenza tra essere il ragazzo che si stacca ed essere quello che decide quando il gruppo si spezza.
Poi è tornato. 
Questa è la parte che conta: non si è cercato un’altra strada o un altro gruppo dove nessuno sapeva chi era stato. 
È tornato sulla stessa salita, con la stessa gente, e li ha staccati. 
Senza annunci. Solo il ritmo che sale e il rumore alle spalle che si dirada — e nessuno che dice più niente, perché non c’è più niente da dire.
Poi tante vittorie. 
La prima cambia i rapporti di forza; le successive cambiano lui. 
A un certo punto non correva più contro quei ragazzi: correva perché correre era diventato suo.
Chi ti umilia ti fa una diagnosi gratuita, senza le attenuazioni che usano quelli che ti vogliono bene. 
Va presa, ripulita dal giudizio che ci sta attaccato sopra, e usata.
Ma il risentimento è benzina ad alto numero di ottani e serbatoio piccolo: ti porta lontano in sessanta giorni, poi finisce. 
Chi non lo sostituisce in tempo resta a dipendere dai propri nemici per avere una ragione di spingere.
E il nascondersi? 
Lui non si è nascosto un solo giorno — ha solo evitato di annunciare. 
Le parole prima della gara costano invidia e non producono niente; lo stesso risultato, consegnato in silenzio sulla salita dove non si può barare, arriva più forte.
Su dieci ragazzi lasciati indietro, otto avrebbero appeso la bici al chiodo. 
L’umiliazione non crea quella capacità di reagire: la trova dove già c’era. 
Ed è per questo che non è un metodo da usare sugli altri.
E Dio disse “ama il tuo nemico”. E io obbedii e amai me stesso. (Kahlil Gibran)
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