Tutto è uno e Ovunque
Tutto è Uno e Ovunque
Per un secolo e mezzo la scienza ci ha insegnato a vederci come esseri separati: separati dal nostro cuore, separati dal mondo, separati gli uni dagli altri. Molte delle crisi che attraversiamo oggi nascono proprio da questo modo di pensare. Eppure la scienza più avanzata sta arrivando alla conclusione opposta, che coincide con ciò che le tradizioni spirituali e indigene più antiche affermano da sempre: nulla è realmente separato. La fisica quantistica, in fondo, non fa che confermare un'intuizione ripetuta per millenni.
Il premio Nobel Richard Feynman osservò che «le regole del gioco sono cambiate». Non possiamo più immaginare l'universo come un insieme di frammenti isolati dispersi nello spazio: dobbiamo concepirlo come un'unica trama continua, un tutt'uno. Continuiamo a dividere la realtà in coppie di opposti — aldiquà e aldilà, visibile e invisibile, materia e spirito — senza accorgerci che quelle due «metà» non sono separate: coesistono. È come il palmo e il dorso di una mano: posso chiamare "davanti" il palmo e "dietro" il dorso, oppure fare l'inverso. Davanti o dietro, resta comunque la stessa, unica mano.
Già Eraclito scriveva: «È saggio dire che tutto è uno». Un pensiero che contraddice il dualismo cartesiano e le tante dicotomie della filosofia moderna, ma che alla radice riporta allo stesso concetto. Tutto è una sola realtà: ci appare frammentata nel tempo e nello spazio, ma questa frammentazione è un'illusione.
La fisica meccanicistica presupponeva l'esistenza dell'altro, e con essa la distanza, la lontananza. La fisica quantistica capovolge la prospettiva: afferma l'ovunque, il dappertutto. Nulla è davvero "altrove". Siamo abituati a fidarci soltanto dei sensi: crediamo reale ciò che percepiamo e illusorio ciò che ci sfugge. La realtà è l'opposto. I nostri sensi colgono una porzione talmente minuscola dell'universo da essere quasi zero; quasi tutto il resto — la cosiddetta "materia oscura", vicino al 100% — resta invisibile ma non per questo meno reale.
Quando guardo un oggetto vedo qualcosa di solido; tra me e lui percepisco un vuoto invisibile, apparentemente non-solido; e infine, tornando a me stesso, di nuovo qualcosa di solido. Ma io, lo spazio che ci separa e l'oggetto siamo, in verità, la stessa essenza: la medesima sostanza che si fa ora più densa, ora più rarefatta. È proprio questo continuo variare di densità a farci apparire il mondo come un insieme di cose separate e divise — quando, in realtà, è Uno e Ovunque.
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